Ognuno si trova un eroe, una persona che ci ispira durante la vita, ci incoraggerà con il proprio esempio a raggiungere i nostri obiettivi. Noi abbiamo identificato la nostra eroina nell’atleta Jelena Vuković. La paralimpica che fin da piccola ha espresso la decisione di voler essere una vincente, come lo dimostrano anche le medaglie che ha conquistato. Recentemente ha pubblicato una foto che si collega ai suoi ricordi d’infanzia, i momenti in cui si è resa conto di sé stessa e dell’ambiente che la circonda, i momenti in cui ha deciso di definirsi vincitrice nella sua vita. Vi invitiamo a leggere la sua storia, ma anche di iniziare a seguire la sua pagina Facebook perché forse oggi o un domani la sua storia sarà per voi uno stimolo in più nella realizzazione dei vostri desideri e obiettivi.

DAL MUOVERSI A CARPONI AL CORRERE

– Sono nata dopo tredici ore di tormento che ha provato mia madre Mirna. Sono stata indicata come bambina con disabilità da un errore medico. Ho indossato una ginocchiera fino a 5 anni fa. Oggi ho sedici diagnosi, alcune dovute alla condizione originale e altre in seguito agli incidenti sportivi e stradali. Ho ereditato il mio amore per lo sport da mia madre, una giocatrice di pallavolo, e mio padre, Branimir, un giocatore di pallamano. Ho iniziato a camminare a tre anni quando ho fatto ricevuto la mia prima protesi a Belgrado, i piccoli dettagli che da allora mi sono rimasti impressi nella mia mente mi accompagnano tuttora. Aspettare mia madre, bere il tè per tutto il giorno, motivo per cui ancora non mi piace vederlo. All’epoca ero piccola ma comunque mi sono resa conto che non ero come gli altri, altri bambini camminavano ed io perlopiù venivo presa in braccio. Gli altri bambini stavano camminando per casa ed io perlopiù stavo mi muovevo a carponi o mi portavano in braccio. Quando mi alzavo, la nonna mi metteva sulla schiena. La mamma mi prendeva tra le sue braccia, lo zio mi portava sulle sue spalle. Ho capito che qualcosa non quadrava. Quando ho ricevuto la mia prima protesi, ho fatto i miei primi passi, ho imparato a camminare, sono diventata come gli altri bambini, e mi sentivo alla grande perché nessuno mi portava in braccio, non mi muovevo a carponi ma camminavo. E poi, ho provato a correre, e sono riusciata farlo. Poi ho capito che ero come gli altri bambini e le barriere nella mia testa sono scomparse, salivo, cadevo, correvo, cadevo e così via, e da allora mi ripeto che posso, posso fare quel che voglio e non mi arrenderò mai.

SVILUPPO DELLA FIDUCIA

– All’inizio dell’avventura con la protesi, motivo per cui facevamo visitata ogni settimana al tecnico ortopedico per riparare o realizzare una nuova protesi che si rompeva nel parco, nei salti dall’albero o mentre giocavo a calcio nel parco. Di recente mia madre mi ha detto che mi ha lasciato andare al negozio all’età di tre anni, seguendomi di nascosto dietro ad un albero avendo paura che io cadessi, costruendo in tal modo la mia autostima, per il qual fatto le sono immensamente grata.

INTELLIGENZA AL DI SOPRA DELLA MEDIA

– I guai con la scuola sono iniziati nel 1981, quando mia madre dovette subito opporsi alla decisione di sottopormi ad una scuola speciale a causa della mia protesi. Ho completato innumerevoli test psicologici e disegnato una moltitudine di scatole per dimostrare che, nonostante la mia protesi, ho anche un cervello. Grazie a questo, hanno scoperto che ero intelligente al di sopra della media e mi hanno dovuto ammettere in una scuola normale, nella mia prima elementare a Pola con la maestra Mariza, che dice che alcuni capelli grigi le sono venuti con le mie cadute ed i salti dall’albero, e 32 persone meravigliose che mi hanno insegnato che non sono diversa ma uguale a loro. Mi hanno sempre difesa dai bambini cattivi che avrebbero deriso la mia camminata un po’ diversa e hanno segnato quella parte spensierata della mia vita.

“CORRERE” NELLA VITA

– La visita medica e la dottoressa Snježana Bilić, che non ha mai voluto dimettermi dai corsi di educazione fisica, fanno parte dei fattori per cui pratico lo sport. A certe persone può sembrare incredibile, ma la maggior parte del mio tempo alle elementari l’ho passato tenendo in mano la palla per il pallacanestro. La mia prima gara era nel 1981, al campo automobilistico Stoja, ho corso con orgoglio e così ho iniziato la mia lotta per la vita, sempre sportiva alla ricerca della vittoria, vittoria verso il pregiudizio, vittoria verso le cadute e principalmente la vittoria della vita. Ho corso per tutto il campo con il pensiero di come lo posso fare. All’inizio mi sono fatta strada con orgoglio tra la gente e poi sono partita, ho avuto la sensazione di volare. Quanto ero orgogliosa di esserci riuscita, di aver finito la gara, di essere riuscita a correre. Così si impara a “correre” nella vita, a correre verso il traguardo, e in tutto ciò si cerca sempre di essere i primi. Non mi piace il detto “è importante partecipare”. Per ogni atleta è importante vincere. Così è la vita, corri per vincere. E una volta che inizi a correre semplice continui a correre nella vita, e corri come Forest senza fermarti.

MOSAICO DELLA MIA VITA

– I ricordi, le immagini, alcuni piccoli dettagli costruiscono un mosaico della mia vita, rafforzano sia me che la mia autostima. Con i ricordi costruisco la torre del mio successo. Alcuni ricordi mi sono un po’ più cari, altri un po’ meno, ma siccome sono certa che non ci siano coincidenze nella vita, così ogni ricordo è esattamente al suo posto per completare il mosaico della mia vita.

LE PERSONE CHIEDONO PERCHÉ NON SANNO

– Quando sei una persona con disabilità, le persone ti fanno sempre un milione di domande da chiederti. Non credo che ci siano domande stupide. Le persone chiedono perché non sanno. Non ho mai dei problemi per rispondere a qualche domanda, spiegare, per quanto stupida possa sembrare la domanda in quel momento, anche ad un bambino piccolo che si ferma e chiede: “Zia, perché sei su in una sedia a rotelle, ti fanno male le gambe?”. Loro mi sono i più cari. E sappiate bene che le persone con disabilità non hanno dei complessi o pregiudizi su se stessi e sulla loro disabilità. Vi chiederanno sempre aiuto quando non possono far qualcosa da soli. Quando mi vedete mettere la sedia a rotelle in macchina, sappiate che posso farlo da sola, se non ci riesco vi chiederò di aiutarmi. E certamente vi chiederò di darmi qualcosa dallo scaffale più alto nel negozio, perché non posso raggiungerlo. In tutta la mia vita, sono sempre presenti Gesù e mia madre che mi spingono quando mi sento un po’ giù, poi ci sono i miei amici, i colleghi del club, i colleghi di lavoro, i medici, il personale medico. Semplicemente tutti quelli che mi stanno accanto e mi sono d’appoggio so che ci sono per qualche motivo, proprio quando devono esserci, tutto ha un suo perché. Ringrazio a tutte le persone intrecciate nella mia vita, loro si riconosceranno, è bello ci siete.