Ci sono canzoni che non chiedono spiegazioni. Arrivano semplicemente, come un ricordo, un profumo o uno sguardo che improvvisamente ci riporta a un momento che non abbiamo mai del tutto superato. “Kao nož” è proprio una di quelle canzoni che Mateo Pilat ha presentato al suo pubblico. Dentro di sé porta il silenzio, il taglio, ma anche quel sottile movimento dell’anima che rimane quando il dolore si placa.

Ancora una volta, Mateo Pilat dimostra che la musica non è solo suono, ma uno spazio tra due emozioni, quello in cui ci riconosciamo, anche attraverso una ferita.

KAO NOŽ

– La musica è di Ines Prajo, il testo di Arijana Kunštek, e io mi sono subito innamorato di questa canzone, l’ho “adottata” senza troppi pensieri. Ci abbiamo lavorato a lungo, e solo dopo sei mesi ha ricevuto il via libera per la versione in studio. La canzone esprime quella sensazione di puntura, di taglio, quando ti colpisce un incontro, un’immagine, un profumo, un pensiero, qualcosa che sai essere, in realtà, una sensazione permanente di perdita, di rimpianto, di errore che non puoi più correggere. Portiamo dentro tante cose, e ricordarle è sempre doloroso. È una sorta di leggera riflessione sugli anni ’80 e ’90, sulla musica disco, direi. È molto ballabile. Mi affascinano sempre quei strani contrasti, apparentemente inconciliabili, canti di un coltello dentro di te, e il ritmo ti spinge a ballare. Lo trovo bellissimo. Come Delilah di Tom Jones, un ritornello ampio e cantabile, in cui dieci persone possono abbracciarsi, dondolarsi e cantare insieme, perché la musica lo chiede, mentre il testo è più cupo che mai. Anche questa canzone rappresenta quindi un passo in quella direzione. Cambiamo sempre qualcosa, cerchiamo, proviamo, è naturale. Il video è stato realizzato da Iva Čaisa. È immensamente talentuosa, e le abbiamo lasciato piena libertà nella visualizzazione, senza alcun dubbio o timore. Credo che abbia colto perfettamente l’atmosfera e il sentimento.

UN’EMOZIONE SINCERA CHE POSSO TRASMETTERE

– Nelle canzoni che interpreto c’è sempre una mia situazione, una persona che per me è importante o lo è stata in un periodo della mia vita. Così mi lego naturalmente a quella piccola immagine, e diventa un’emozione sincera che posso trasmettere. In questa canzone ci sono diversi di quei tagli personali, e mi bruciano davvero. L’inizio mi è molto vicino e vissuto, ma ciò che mi tocca di più è quel “kasno volim te” (“ti amo troppo tardi”). Roviniamo così tante cose e relazioni per la nostra stupidità, testardaggine, una strana e inutile arroganza, come se potessimo semplicemente rimpiazzare certe persone nella vita. Mi piace molto la parte del ritornello “ona moja glupa laž” (“quella mia stupida bugia”); mi fa piacere che sia detta, che l’abbia ammesso, che non sia rimasta una “svista senza colpa”, come spesso accade tra le persone.