Svegliarsi con la motivazione di cogliere il meglio della giornata è una pratica da leadership. Anche se quella giornata non è in tutta gli ambiti solare e brillante, si può sempre trovare un motivo per far crescere la propria esperienza verso un qualcosa di positivo, qualcosa che ci regalerà l’opportunità di sentirci pienamente vivi e fieri di noi stessi. Con uno spirito vincente, si può motivare anche tutto l’ambiente verso una crescita collettiva e stimolare gli altri ad impegnarsi e lavore per diventare ogni giorno più bravi e forti sia personalmente che professionalmente.

Abbiamo il piacere di conoscere Paolo Tramezzani, il cui ruolo d’allenatore di NK Istra 1961 è cruciale, poiché non si limita solo a impartire istruzioni tecniche, ma include anche la gestione delle dinamiche di squadra e la motivazione dei giocatori.

Ricco d’esperienza, sia da calciatore che da allenatore, Tramezzani si impegna ogni giorno a dare il meglio nel suo lavoro mostrando passione, attenzione e rispetto alla crescita di ogni membro della squadra. Vedendo il modo con cui comunica con i giocatori ed altri membri della squadra ma anche con i media, abbiamo deciso di contattarlo per conoscerlo da più vicino e vi invitiamo a leggere il seguito di questo articolo per conoscere i suoi punti di vista che si legano ad una vita completamente legata al calcio.

IL CONTATTO CON IL GIORNALISMO

– Scrivevo per una rivista italiana che si chima “Nuovo calcio” ed è un mensile dove facevo parte della commissione scientifica. Avevo il compito di fare un intervistasta al mese a tutti gli allenatori. Questo era bello perché parlavo di tutto con loro e vedi che anche loro hanno il piacere nel parlare. Tante volte le domande che noi riceviamo spesso sono domande legate a delle critiche e mettono in dubbio tante cose. Mi fa piacere quando mi chiedono di parlare del mio lavoro ma sotto un altro aspetto. Quando ero a Lugano avevo invitato i giornalisti a stare tutto il giorno con me. Per giudicare qualcosa realmente bisogna viverle da vicino. Mi ricordo che era un martedì e avevo detto ai giornalisti di venire alle 8 di mattina e di passare tutta la giornata con me. In quella giornata non ho fatto niente di diverso e sono rimasti sorpresi ma anche contenti perché li ho fatto conoscere tutto il mondo e il modo con cui preparo le partite ed inoltre li ho dato delle risposte monstradoli che non tutto è solo quello che si vede alle partite ma c’è tanto altro dietro.

AMBIENTE FAVOLOSO

– A Valle abbiamo un ambiente favoloso. Anche durante l’estate, a luglio ed agosto, quando comunque ci sono i turisti e c’è il traffico, qua si stava bene. Sono veramente contento di poter allenare i ragazzi in questo posto siccome si sta bene e si può lavorare.

UNA BUONA INTESA SUBITO DALL’INIZIO

– La storia con il club Istria è iniziata più o meno un anno prima che io arrivassi qua. Il direttore sportivo mi aveva chiamato a farne parte, ma io a quell’epoca ero ancora sotto contratto con la squadra svizzera Sion. Ci siamo risentiti durante l’estate e nuovamente mi voleva portare qua. Ho ricevuto altri inviti a novembre, a dicembre e poi a febbraio e ho deciso di accettare l’invito. Subito dal primo momento, mi sono trovato bene. Siccome tre anni prima ero già stato a Croazia come allentore di Hajduk e allora avevo il vantaggio di conoscere il campionato, di conoscere bene il livello di calcio che si gioca qui e di avere tante informazioni che nel mio lavoro possono essere sempre utili. Anche se la squadra non era in un buon momento quando sono arrivato io, però l’impatto era stato da subito positivo. Devo dire sinceramente che anche fuori mi sono trovato bene. Per 21 anni ho giocato come professionista e ho allenato 13 anni, dove ho cambiato 8 paesi diversi e qua ho avuto quella sensazione che da subito mi sia un ambiente molto familiare. Nei miei confronti, mi sono sempre sentito bene con tutti, e non solamente nel contesto lavorativo ma anche fuori con la città, con la gente, con le persone che si incontrano quando si va a fare la spesa o qualche passeggiata.

DUE LAVORI FONDAMENTALI

– Ho avuto la fortuna di fare due lavori fondamentali accanto a cui ho aperto le mie scuole di calcio, ho fatto anche un po’ di televisione, scrivevo per una rivista, ho scritto anche un libro. I miei due lavori sono stati il giocatore e l’allenatore e obiettivamente non saprei scegliere qual è il lavoro più bello. Verrebbe da dire per tante cose l’allenatore e per altre il giocatore. Posso dire che sono fortunato perché il calcio non solo è stato per una grande passione, un amore, il senso della mia vita, ma è stato anche quello che mi ha dato e mi dà da mangiare.

IERI VS OGGI

– Una volta si parlava del calcio dei poveri inteso in senso come il calcio dei valori. Era il calcio dei sentimenti. Credo di aver fatto parte del calcio di una volta e di avere vissuto pochi cambiamenti. Prima era un calcio effettivo e molto passionale. Nell’ultimo decennio abbiamo incontrato molti cambiamenti nell’ambito del calcio. È rimasta la passione e l’interesse intorno al calcio, l’amore nei confronti di questo sport in generale ma ci siamo avvicinati di più al mondo lavorativo normale e penso che il business oggi sia la priorità intorno a questo sport a discapito dei valori e dei sentimenti.

DIFFICOLTÀ NEL LAVORO DELL’ALLENATORE

– La cosa più difficile nel lavoro dell’allenatore è il lavoro che ha da fare sulla squadra ma non mi riferisco al lavoro in campo e alla preparazione della partita perché quello diventa più o meno una routine. Il lavoro intorno alla squadra è quello, secondo me, importante. Ho 27 giocatori, 27 ragazzi diversi tra di loro, che vengono da paesi, cultura e mentalità diverse. Il farli stare insieme, creare con loro un nuovo rapporto vero, quando dico il rapporto vero non è rapporto di allenatore e giocatore ma un rapporto con me, Paolo, come persona, questa è una cosa che mi richiede più tempo e più dedizione e impegno di tutto altro. Anche se non sembra facile, mi piace sviluppare questo tipo di rapporto con i miei giocatori.

Quando giocavo a calcio, ero già un punto di riferimento per i miei compagni di squadra. Mi piace curare questo aspetto perché ritengo che oggi sia fondamentale e imprescindibile. Poi, sicuramente, ci sono altri aspetti su cui bisogna lavorare, delle situazioni che bisogna sapere gestire, dentro e fuori dal campo. Mentre studiavo per questo lavoro, mi sono spesso confrontato con gli altri allenatori che mi hanno insegnato che c’è sempre una constante in questo lavoro ovvero devi essere pronto che quando le cose non vanno bene sei solo. Un allenatore quando vince ha tante persone vicino, ma quando perde allora non ci sono ne i giocatori, ne le società, ne il pubblico e neanche i giornali a starli accanto. È la vita e se sai gestire bene anche questo aspetto, allora lo puoi fare. C’è un aspetto che mi fa vivere bene in qualsiasi momento e si lega direttamente al calcio. Mi piace stare in mezzo alla gente, mi piace stare in campo, mi piace arrivare per primo in ufficio e lascio sempre la porta aperta sia d’estate che durante l’inverno così vedo quando arrivano i ragazzi. Queste sono le cose belle che mi dà la squadra. Al tempo stesso, sono un tipo a cui piace stare molto da solo e non mi pesa stare da solo, anzi mi servo ogni tanto un po’ di tempo per rimettere a posto tutte le mie le cose. Nel mondo del calcio, ci sono stati dei bravissimi giocatori che non hanno avuto grandi fortune come allenatori sono stati allenatori straordinari che non hanno mai giocato a calcio. Parliamo di un mestiere che secondo me è aperto a tutti. Sono convinto che tutti possono provare a fare l’allenatore ed altrettanto sono convinto che tanti calciatori possano fare anche altre cose nella vita. Posso prendere come esempio le problematiche che si legano alla mia generazione. Prima la carriera di un calciatore era più breve. Un giocatore con trent’anni veniva chiamato vecchio e perciò si giocava per lo più fino ai 32 anni. Oggi, fortunatamente, per vari motivi, la carriera si è allungata, ma comunque, se un ragazzo inizia a giocare a livello professionista normalmente a 16 anni e smette verso i suoi 36 anni e non ha fatto altro, a fine carriera sono ancora giovani ma devono smettere di giocare a calcio. L’impatto di questo è molto difficile. Ci sono persone che si preparano prima, si studia o si prossegue con altri interessi, ma la maggior parte si comincia a chiedere: “Cosa faccio adesso nella vita?!”. Il mondo del calcio ti fa vivere in una campana di vetro ovvero fai fatica a vedere cosa c’è fuori.

PICCOLA ATALANTA

– Noi siamo una squadra giovanissima. Giocano da titolari i ragazzi dal 2002 fino al 2005. A livello europeo ci sono tante squadre così giovani. Dal punto di vista come gioca la squadra, ovvero che calcio cerca di praticare, potrei dire che la si può comparare un pochettino con l’Atalanta di Gasperini, una piccola Atalanta. Gasperini è un allenattore che stimo veramente tanto. Per un periodo, ero un giocatore dell’Atalanta, per lo più, ho finito la mia carriera in serie a 34 anni con la maglia dell’Atalanta e Gasperini per me era sempre come un buon esempio d’allenatore siccome anche a lui piace a lavorare con i giovani, farli crescere e farli migliorare. Spesso chiedo ai ragazzi se hanno visto l’Atalanta giocare e del loro gioco ne parliamo spesso.

GIOVANI VS ESPERTI

– La scelta tra un giocatore giovane e un giocatore esperto dipende dai giocatori. Mi è capitato di incontrare dei giocatori esperti con ancora la voglia, l’entusiasmo e l’umiltà di imparare come anche mi è capitato di allenare i giocatori esperti con la mentalità sbagliata, ormai verso la fine della carriera con interessi, economici e contrattuali, legati ad un loro bene in primis e poi alla squadra. Con i giovani c’è sempre un lavoro da fare molto più lungo siccome devono passare un percorso di preparazione, ma guardanoli ragiono con una prospettiva su di loro. Quelli del 2004 o sono dei fenomeni o sai che hanno bisogno del tempo e se oggi è qui con noi vuol dire che hanno qualcosa. Dico sempre ai miei ragazzi che il talento è un regalo che è stato fatto dalla nascita dalla mamma, papà, Dio o dal destino. Per il talento non c’è bisogno di lavorare, studiare, prepararsi e sacrificarsi. Tutto quello che manca al talento è quello che non si ha e per cui si deve applicare sudore e sacrificio, si deve lottare, correre… e sono le cose si devono trasmettere ai giovani in modo che loro lo mettono in atto durante la partita. Se oggi mi dicono che devo scegliere, allenerei i giovani per tutta la vita anche se so che sto scegliendo la strada più difficile, si tratta di un lavoro duro, però le soddisfazioni sono tante. Mi è capitato di allenare dei giovani che oggi giocano ad altissimi livelli. È meraviglioso vedere il risultato che si ottenuto grazie al lavoro e l’impegno. Ma devo dire che ci sono anche gli esperti che danno il loro cuore per il gioco e la squadra e aiutano tantissimo a far crescere i giovani. Sono dei leader che danno un grande aiuto nel lavoro all’interno della squadra.

LA MOTIVAZIONE CHE FA LA DIFFERENZA

– Non parlo mai della mia carriera calcistica con i miei calciatori, solo raramente se vengono loro a chiedermelo. Ero un giocatore della Serie A che nel mio periodo, ovvero negli anni ‘90 e primi anni 2000, era il campionato più importante al mondo. Tutti i giocatori più forti del mondo, italiani e stranieri, giocavano in Italia. Rispetto ai giocatori che ci giocavano, ero un giocatore normale. Mi ricordo anche il motivo cioè come ho fatto ad arrivare a giocare a quei livelli lì, a giocare in serie A, in Premier League. C’era tutto un lavoro legato a dei passi d’impegno che hanno dato dei buoni risultati. Penso di essere una persona che si sa motivare ma perché ho dovuto farlo fin da bambino. Arrivo da un paese in montagna a 1000 m di altezza per poi ritrovarmi a giocare a Milano tra i ragazzini dell’Inter. La mia vita è stata tutta una un’automotivazione e mi è facile motivare i miei ragazzi. Ogni giorno, subito da come scendo dal letto, io mi sento pronto. Sono sempre stato uno che ci ha sempre creduto, che ci ha sempre sognato e lavorato. Passare delle motivazioni ai ragazzi è una cosa per me naturale e trovo che questo sia bellissimo. Non sono uno che è abituato a farsi spingere o uno che è abituato a dover essere incorragiato. Sono uscito da casa da bambino e sono ancora in giro per il mondo. Senza il calcio sarei probabilmente ancora nel mio paese di 400 abitanti. La maggior parte dei miei coetanei, degli amici d’infanzia si spostavano nelle città vicine per le loro esigenze lavorative. Io probabilmente non si non mi sarei mai mosso dal mio paese se non ci fosse stato il calcio e probabilmente oggi farei il lavoro che facevano i vecchi di una volta legato alla terra e al bestiame.