
Esiste una filosofia di vita che non si può imparare dai libri, ma che si scopre soltanto quando si è percorso un lungo tratto della propria strada e si impara a distinguere ciò che si desidera raggiungere da ciò che conta davvero. A volte, per anni, siamo spinti dal desiderio di successo, dalla necessità di essere migliori, più veloci e più forti, finché non comprendiamo che la vita non è legata soltanto agli obiettivi che raggiungiamo, ma anche ai momenti che, lungo il cammino, forse abbiamo dimenticato di vivere.
Forse è proprio questa una delle più importanti consapevolezze della vita. Il successo non deve necessariamente assumere la forma di una vittoria, la forza non consiste soltanto nella resistenza e i cambiamenti più profondi avvengono quando ci permettiamo di guardare il mondo in modo diverso, ma anche di osservare le nostre debolezze con occhi nuovi.
Alcune storie di vita si ricordano per i risultati, altre per i momenti di svolta, mentre le più preziose per le consapevolezze che rimangono a lungo, anche dopo che i riflettori si sono spenti. La storia di Nika Fleiss racchiude tutti e tre questi aspetti, ma la sua forza oggi non risiede soltanto nei successi sportivi che l’hanno resa nota, bensì anche nella disponibilità a raccontare ciò che, dietro quei risultati, non sempre si vedeva.
Nika Fleiss, ex sciatrice alpina della nazionale croata e partecipante a tre edizioni dei Giochi olimpici invernali, conosce bene un mondo in cui il successo si misura in secondi, piazzamenti e risultati. Ha messo gli sci ai piedi molto presto e, con il talento e la dedizione, si è gradualmente affermata sulla scena internazionale dello sci. Si è distinta in particolare nello slalom, una disciplina che, oltre alla precisione tecnica, richiede un’elevata concentrazione, decisioni rapide e la capacità di adattarsi in una frazione di secondo.
Dietro i risultati sportivi c’era uno stile di vita che richiedeva molto più del semplice talento. Allenamenti intensi, viaggi, adattamento a condizioni diverse, pressione delle aspettative e costante necessità di migliorarsi facevano parte della sua quotidianità. Quando nel 2010 ha lasciato lo sci professionistico, la fine della carriera non ha significato soltanto la chiusura di un capitolo sportivo, ma anche il confronto con un cambiamento d’identità, di abitudini e di ritmo di vita.
La sua storia solleva una questione importante sui valori che la società attribuisce al successo. Gli atleti vengono spesso giudicati in base alle medaglie e ai record, mentre si parla meno del lavoro interiore, del costo emotivo della competizione e delle qualità umane che rimangono quando la carriera finisce. Ciò che contraddistingue maggiormente Nika è la perseveranza, che non è rimasta soltanto parte del suo passato sportivo, ma è diventata un modo di affrontare gli impegni, le persone e le sfide quotidiane. Per lei, la disciplina è un’abitudine che si radica nella persona e diventa parte del suo modo di pensare.
In una conversazione interessante, Nika ha ripercorso i momenti che l’hanno formata, il prezzo che l’ambizione può comportare, la disciplina che l’ha aiutata a costruire il proprio carattere e l’importanza di fidarsi del proprio istinto. Non nasconde quanto le sia difficile accettare le situazioni in cui sente di non aver fatto tutto nel migliore dei modi, ma allo stesso tempo riconosce che la vita le ha insegnato che non è necessario concludere ogni giornata con un risultato concreto perché quella giornata abbia valore. Un posto speciale nella sua vita di oggi è occupato dal figlio Val. La maternità le ha aperto uno spazio di serenità, le ha insegnato a rallentare e le ha permesso di conoscere il proprio lato più dolce.
Nika Fleiss ha lasciato il segno sulle piste da sci, ma ciò che oggi desidera lasciare nelle persone è qualcosa di molto più semplice e, al tempo stesso, più impegnativo di qualsiasi risultato. Vorrebbe essere ricordata per la sua bontà, la sua allegria e la sua disponibilità ad aiutare, lasciando negli altri la sensazione di essere stata una persona accanto alla quale ci si sentiva bene.
LE DIFFICOLTÀ CHE FORMANO UNA PERSONA
– Quando oggi guardo indietro al mio percorso sportivo, penso che a formarmi maggiormente siano state proprio le esperienze difficili, quelle negative, quando il risultato non era quello che mi aspettavo, pur sapendo quanto avevo investito. Durante la carriera mi sono chiesta molto spesso, ed era proprio questo che mi tormentava di più, perché i risultati non rispecchiassero l’impegno che mettevo in tutto questo. Quando sei giovane, hai un milione di domande e cerchi risposte, se necessario, anche nelle stelle. Oggi, dalla prospettiva che ho acquisito, vedo semplicemente che tutto è andato esattamente come doveva andare.
LA DISCIPLINA COME SCUOLA DI VITA
– Secondo me, la disciplina che lo sport porta con sé è una delle cose, uno degli insegnamenti migliori che una persona possa portare con sé nella vita. Ora, per esempio, guardo mio figlio mentre cresce e, sinceramente, vorrei trasmettergli questa disciplina fin da piccolo. Mi impegno davvero a farlo nel miglior modo possibile, perché la disciplina mi ha aiutata moltissimo. Esistono persone disciplinate, persone ordinate, persone che seguono i propri principi, ma la disciplina sportiva è davvero qualcosa di speciale. Significa non mettere nient’altro al di sopra di essa. Sai come sarà organizzato il tuo programma di allenamento, che ricevi quasi un anno in anticipo, e quello diventa la tua priorità. Non c’è spazio per un caffè con un’amica. Niente è più importante. Mangiare, dormire, allenarsi, gareggiare, viaggiare e poi ricominciare tutto da capo: la vita ruota attorno a questo. Quando la disciplina è davvero a un buon livello, tutto diventa molto più semplice. Entri in una routine e quella ti sembra la cosa più naturale del mondo, come svegliarti al mattino, andare in bagno, lavarti i denti e bere un caffè. Penso, anzi ne sono convinta, che la disciplina semplifichi moltissimo la vita. Ancora oggi mi piace seguire una certa disciplina, qualunque cosa faccia.
CREDERE IN SÉ STESSI E NEL PROPRIO ISTINTO
– Se potessi fare qualcosa diversamente, oggi, con l’esperienza che ho acquisito? Quello che cambierei sicuramente, se potessi, sarebbe credere di più in me stessa e in alcuni dei miei istinti. Bisogna anche sapere che, a quel tempo, eravamo pionieri del nostro sport a quel livello e molte persone hanno imparato proprio attraverso le nostre esperienze. Lo ripeto, tutti agivano con le migliori intenzioni. Per alcuni le cose hanno funzionato e hanno ottenuto risultati straordinari. La mia carriera è andata come è andata, con risultati che definirei abbastanza buoni, ma non eccezionali. Certamente, essere tra i dieci migliori al mondo può essere considerato un successo e un buon risultato. Ma quando sei un atleta professionista e vuoi migliorare continuamente, un risultato nella media non ti soddisfa più. Alla fine, questo è stato il motivo per cui ho abbandonato lo sport: mi sono resa conto che né io né la mia squadra eravamo più in grado di raggiungere il vertice. Penso quindi che la mia perseveranza e la fiducia nel fatto che ogni giorno il sole tornerà a splendere, qualunque cosa accada, derivino proprio dalle battaglie più difficili, non da quelle più facili.
AMBIZIONE, SERENITÀ E GIOIA DI VIVERE
– Devo ammettere che le cose sono cambiate moltissimo con la nascita di mio figlio Val. Fino alla gravidanza ero ancora molto ambiziosa e pensavo che, se una giornata non era piena di attività e non portava a un risultato concreto, qualunque esso fosse, allora non era stata una vera giornata, ma una giornata sprecata, utilizzata nel modo sbagliato. Quando il mio bambino è entrato nella mia vita, mi ha mostrato che la vita è fatta di silenzio, serenità, della possibilità di rallentare e di accorgersi di tutto ciò che ci circonda. Non tutto deve essere legato alle ambizioni. Non tutto è successo, denaro o fama, comunque la si voglia vedere. Non mi è mai interessato particolarmente il denaro. Se oggi mi chiedeste quanto ho guadagnato o per quali cifre ho firmato dei contratti, non saprei rispondervi, perché non era questo che contava per me. Adoravo lo sci, amavo questo sport e ciò che facevo. Ancora oggi affronto tutto quello che faccio con lo stesso spirito. Spesso ricevo critiche dalle persone a me più vicine, ma se il cuore mi spinge verso qualcosa e provo gioia nel farlo, di solito non mi chiedo se sarò ricompensata o quanto riceverò in cambio. Mi piace quello che faccio e trovo già in questo una parte della ricompensa. La vita è decisamente qualcosa che va oltre tutto questo. La gravidanza mi ha costretta a letto e in ospedale e mi ha insegnato quanto sia preziosa la serenità. Ho scoperto moltissimo di me stessa, di quel mio lato femminile e delicato che, fino ad allora, non aveva mai avuto davvero il permesso di emergere.
IL SEGNO CHE LASCIAMO NELLE PERSONE
– Fin dall’inizio, anche quando la mia carriera era ancora in corso e la mia popolarità aveva raggiunto il suo apice, al punto che praticamente non c’era persona che non mi riconoscesse, guardavo le cose in modo diverso. Naturalmente fa piacere quando le persone ti fanno i complimenti e ti dicono che ciò che fai è straordinario, che non tutti ne sarebbero capaci e che ci vuole coraggio. Ma già allora, e oggi ancora di più, per me conta maggiormente essere riconosciuta per la mia allegria e la mia bontà. Mi piacerebbe che le persone, vedendo il mio volto, lo associassero a qualcosa di buono e sincero e che fosse questo il segno che lascio. Non vorrei che fosse importante soltanto ciò che ho vinto o il fatto che il mio nome sia stato scritto negli annali dei successi sportivi mondiali. Vorrei essere ricordata come persona. Vorrei che sapessero di avere conosciuto una persona buona, sempre pronta ad aiutare, a sorridere insieme agli altri e a trovare qualcosa di positivo in chiunque. Non sono una persona rancorosa e, con me, tutti hanno cento possibilità. A volte, però, l’immagine che gli altri si fanno di noi può essere distorta dall’aspetto esteriore o da titoli e dichiarazioni negative sui media. Se non ti conoscono di persona, spesso si fanno un’idea sbagliata. Mi è capitato più di una volta di conoscere qualcuno che mi ha detto di non riuscire a credere a come fossi davvero, perché mi immaginava completamente fredda e distaccata. Mi piacerebbe che le persone mi considerassero una persona normale, equilibrata, allegra e sempre pronta ad aiutare, in qualsiasi situazione.
ESSERE PIÙ GENTILI CON SE STESSI
– Che cosa direi alla piccola Nika? Le direi che avrebbe dovuto godersi di più il proprio percorso, quei momenti che hanno costruito tutta la sua carriera, e non concentrarsi soltanto sull’istante del risultato, sulla gara o sulla singola discesa. Io ero troppo concentrata sulle prestazioni e sulle gare. Spesso finivo per esaurire le mie energie e questo mi faceva soffrire moltissimo, perché in allenamento ero molto più brava, molto più veloce. Durante le gare mi bloccavo per il desiderio smisurato di ottenere quel successo, quella vittoria. Le direi quindi che quello è stato un percorso meraviglioso, da vivere pienamente, con tutte le persone straordinarie incontrate lungo la strada, i luoghi visitati e le culture conosciute. Avrebbe dovuto godersi di più tutto ciò che la circondava, senza concentrarsi esclusivamente sull’obiettivo finale e sul risultato. Le direi che avrebbe dovuto essere molto più indulgente con sé stessa, sotto ogni aspetto, e ascoltare di più il proprio istinto.
TUTTA L’ATTENZIONE VERSO IL BAMBINO
– Oggi, ciò che mi rende più felice è senza dubbio mio figlio. Con la nascita di Val, direi che sono rinata. La mia carriera sportiva e lo sci appartengono ormai a una sorta di nebbia lontana e mi tornano in mente soltanto quando qualcuno me li ricorda. Tutta la mia attenzione è rivolta al mio bambino. Voglio dargli il meglio di me, soprattutto ora che è così piccolo, che ha bisogno di me e che è importante trasmettergli quei valori che lo formeranno come persona e come uomo, quelli che porterà con sé nella vita. Quando lo guardo, so di essere esattamente dove dovrei essere, nel posto giusto, al momento giusto. Sento che tutto è accaduto per una ragione e nel momento in cui doveva accadere. Direi che Val è la mia medaglia olimpica d’oro, le dieci medaglie olimpiche che non ho conquistato e il coronamento della mia carriera, anche se non ha un legame diretto con essa. Lui è il punto finale che completa tutto. Con lui ho chiuso un cerchio della mia vita e ho ritrovato me stessa. Mi ha davvero resa una persona migliore, sotto ogni aspetto. (foto – Archivio N. F.)
